2005 – Ha detto no a Bob Geldof : ”Il Live 8? Un evento inutile”

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By Francesca Paris , Radio Capital, 10 settembre 2005

In esclusiva per Radio Capital, parla Tracy Chapman. Che torna con un nuovo album: “Where you live”
Tracy Chapman, la cantautrice americana del folk, è tornata con un nuovo album, “Where you live”, il settimo della sua carriera, cominciata 17 anni fa con la canzone “Talkin’bout a revolution”.

Lei adesso di anni ne ha 41 e, sia nell’aspetto che nella testa, non sembra cambiata di un millimetro. Treccine, jeans e ancora tanta voglia di parlare di rivoluzione.

Come è nato questo disco?

Ho scritto le canzoni molto prima di andarle ad incidere, nel corso degli ultimi 5 anni.

Alla fine del mio tour negli Stati Uniti e in Europa, nel 2003, ho chiesto ad uno dei miei musicisti, Joe Gore, di suonare con me. Ho chiamato anche un altro musicista che suonava nella band che apriva i nostri concerti nella tournèe. Insieme abbiamo cominciato a suonare nei locali: a San Francisco, Los Angeles. Ho preso ispirazione da quel modo di fare musica insieme.

Ho chiesto a Tchad Blake di essere il mio coproduttore, ha fatto alcuni tra i miei dischi preferiti: Los Lobos, Tom Waits, Bonnie Raitt, Peter Gabriel. Era disponibile e così, a marzo, abbiamo cominciato a fare il disco.

Si parla d’amore, di radici e di distanze. “Three thousand miles” sembra un po’ la storia di Tracy Chapman.

3.000 miles è una canzone basata soprattutto su quello che ho visto nel mondo, in parte è anche un’autobiografia. Parla delle esperienze vissute da una ragazza in un ambiente ostile e difficile. Parla del suo desiderio di fuggire, anche fisicamente, da tutto questo. Ed è anche la storia di una ragazzina che si è separata dalla sua casa e dalla sua famiglia e si sente sola.

3.000 miles è anche una metafora perché rappresenta la distanza tra la costa orientale e quella occidentale degli Stati Uniti. E’ un po’ il mio viaggio, quello che ho fatto nel corso della mia vita: io sono nata sulla costa occidentale e ho fatto le scuole sulla costa orientale. E, alla fine, sono tornata di nuovo sulla costa occidentale, a San Francisco.

Tra tanti posti in cui ha vissuto, quale considera la sua vera casa?

Ora vivo a San Francisco, in California. Quindi considero quella come la mia casa. Ma mi sento molto legata anche al posto in cui sono nata e cresciuta, Cliveland, nell’Ohio. Sento però di avere le mie radici anche nella parte orientale, a Boston. In qualche modo, mi sento come se appartenessi a tanti posti e a nessuno.

Prima di diventare una musicista famosa ho viaggiato molto, sono stata in posti bellissimi e ho conosciuto persone meravigliose. Sento un legame con questi posti e queste persone. Ma al tempo stesso sento di non appartenere a nessuno.

Dai testi di alcune canzoni viene fuori una versione romantica di Tracy Chapman. Lei è un po’ così anche nella vita reale?

Non lo so. Forse. Alcune delle canzoni che ho scritto sono, in qualche modo, autobiografiche ma ce ne sono altre che sono basate semplicemente sulle cose che osservavo. Non sono sempre lo specchio di sensazioni che ho provato personalmente.

Ciò che penso è che ci sia amore per tutti. Anche se magari ti sembra di non essere pronta o pensi che sia difficile: l’amore ti trova lo stesso. E ti prende.

Alcune canzoni sono molto realiste. Lei quando scrive si lascia influenzare dai fatti di cronaca?

Credo di essere molto influenzata dalle mie letture. Quando comincio a scrivere una canzone non sono mai sicura di quale sia la storia del personaggio e di come andrà a finire. Leggo molto e cerco di tenermi sempre informata, osservo e soprattutto immagino tante cose. Tutti questi elementi messi insieme rendono le mie canzoni così come sono. E’ la ricerca di quello che le donne sono veramente: spesso siamo giudicate da altre persone, magari qualcuno crede di conoscerci. E invece è solo il modo in cui ci vogliono vedere. E non corrisponde a quello che sappiamo di essere in realtà.

C’è una canzone in questo album che ha fatto più fatica a comporre?

Ci sono alcune canzoni che si sviluppano nel tempo. A volte ho trovato la chiave in uno o due giorni. Ma in genere questo processo è molto più lungo, può durare una settimana, un mese, in alcuni casi perfino degli anni.

La più difficile dell’album credo sia stata “Before easter”. Il problema è stato come sviluppare il personaggio. Spesso la gente è causa dei suoi guai. Ma come si fa a non provare simpatia per qualcuno che ha bisogno, che soffre e che si trova in difficoltà?

Mi sono concentrata molto sulle loro perdite, sui desideri, sul modo in cui tante persone provano a migliorarsi e ad avere una vita più decorosa. Tutto questo mi porta via del tempo perché non guardo solo alla mia esperienza personale ma cerco di esplorare e di capire ciò che provano gli altri.

C’è anche un pezzo che si chiama “America” pieno di richiami all’amministrazione Bush. Quando è stato scritto?

Ho cominciato a scrivere “America” nel 2000, non molto tempo prima delle elezioni presidenziali. Elezioni molto combattute, quando ci fu anche la polemica sul conteggio dei voti e, alla fine, venne eletto il nuovo presidente degli Stati Uniti.

Fu un giorno molto triste per la storia del Paese. Alcune persone si erano infatti viste negare un diritto fondamentale come quello di esprimere il proprio voto. Sono venute fuori tutte quelle contraddizioni che fanno parte della storia del nostro paese. Perché tutti gli ideali di giustizia, libertà, opportunità erano stati cancellati. E, invece, sono stati messi in evidenza altri aspetti come il desiderio di conquista, di esercitare il proprio potere e la propria influenza nei confronti del mondo, sfruttare le risorse a scapito degli altri e, soprattutto, discriminare i più deboli, negando loro la libertà conquistata con gli anni.

Mi sembra che tutto ciò che ha sempre fatto parte del nostro paese sia stato svilito da questa nuova amministrazione.

Molti artisti, tra cui il suo amico Bruce Springsteen, hanno detto di avvertire tra la gente un sentimento di ostilità crescente verso l’attuale governo americano. E’ così secondo lei?

Solo negli ultimi 4 o 5 mesi. Mi sembra che le persone non siano più d’accordo con la politica del governo e con il presidente Bush. Mi sembra che abbiamo raggiunto il livello di consenso più basso mai toccato da un presidente.

Questo calo di popolarità credo sia dovuto al fatto che le persone non siano d’accordo con la guerra in Iraq: sono demoralizzate dallo stato della nostra economia, dalla mancanza di lavoro. Insomma, si sono resi conto che la loro vita non è migliorata con questa presidenza, anzi è peggiorata. Credo che sappiano di essere stati vittime di bugie e dunque hanno perso ogni fiducia.

Non so se si può parlare proprio di ostilità, ma di sicuro c’è un clima di sospetto e di sfiducia.

Di Tracy Chapman si dice che sia una donna ombrosa, un po’ scorbutica e anche difficile da intervistare. Smentiamo tutto. Con noi di Radio Capital si è fatta delle grasse risate. Specie quando le abbiamo chiesto se c’è un artista che proprio non sopporta…

Non ascolto mai la musica di cantanti che non mi piacciono, mentre a volte puoi rimanere sorpresa nell’ascoltare musica che credi possa piacerti e poi non è così.

Una delle tendenze di oggi è che ci sono persone che fanno, più che altro, gli intrattenitori. Non cantano, non scrivono canzoni e non sanno suonare neanche uno strumento, ma appaiono agli occhi del pubblico come se lo sapessero fare.

Recentemente, negli Stati Uniti, ci sono stati degli scandali perché alcune persone cantavano in playback sono state smascherate.

Non fa nomi Tracy Chapman, ma il concetto è chiaro. E invece, tra i giovani artisti, c’è qualcuno che apprezza in modo particolare?

C’è una cantautrice che si chiama Gillian Welch, credo sia bravissima a scrivere canzoni, ho ascoltato molti dei suoi dischi. In generale, mi piacciono tutti i tipi di musica. Ascolto molto spesso la musica pop, il jazz, l’hip-hop, musica africana, cantanti brasiliani e molto altro.

Quando compone le arrivano prima le parole o la melodia?

E’ un po’ un mistero ma credo che la musica e le parole vengano più o meno in contemporanea. Si influenzano a vicenda. Di una canzone non ho mai scritto prima le parole e poi la musica o viceversa. Sono strettamente legate tra loro.

E’ facile per lei scrivere musica?

Non so se è facile. E’ difficile, per me, essere oggettiva su questa domanda, perché ho cominciato a scrivere quando avevo 7 o 8 anni, dunque lo faccio da così tanto tempo che non saprei spiegare come avviene.

Quali sono state le sue influenze musicali?

In realtà, non ho avuto influenze musicali, forse perché non conoscevo alcun disco fino all’età di 16 o 17 anni. Ascoltavo solo quelli dei miei genitori, cioè R& B, soul, gospel, jazz fusion.

Credo di essere stata influenzata più da alcune delle letture che ho fatto e dagli scrittori che ho conosciuto nel corso degli anni: ho letto molte poesie, racconti. Spesso la gente prova a paragonarmi ad alcuni musicisti folk degli anni ’60 e lo capisco: suono la chitarra, scrivo da sola le mie canzoni. Ma io non sono cresciuta ascoltando quella musica.

Però è legittimo pensare che alcune canzoni che ho scritto siano a sfondo politico o sociale, perché, in fondo, sono stata influenzata dalle musiche soul e r&b, che trattano questi temi e da cantanti come Stevie Wonder, Marvin Gaye, James Brown. Direi che è stata più che altro la black music ad influenzarmi.

Conosciamo Tracy Chapman come cantautrice. Ma lei quando non compone musica cosa fa?

Ho molti hobby: leggo ogni genere di libro. Mi piacciono i romanzi, i libri di storia, ma anche quelli a sfondo scientifico e sociale. Sono una fotografa a livello amatoriale. In particolare fotografo paesaggi e i miei cani: ne ho tre e mi tengono molto occupata.

Tracy Chapman è famosa anche per il suo impegno per i diritti umani. Ha partecipato a molti eventi, dal tributo a Nelson Mandela al “Human rights now” di Amnesty international. Molti la aspettavano al “Live8”, il concertone organizzato a luglio da Bob Geldof a sostegno dell’Africa. Lei invece su quel palco non c’è salita.

Credo che il “Live 8” abbia fatto riflettere su quanto questi show siano effettivamente utili. Per esempio, gli artisti africani sono stati in qualche modo estromessi. Penso che sia stato grave non invitarli, oppure chiamarli e poi lasciarli in un angolo. Non si può parlare dell’Africa senza sentire la voce degli africani. Già questo, di per sé, ha reso questo evento quasi inutile e ha sollevato problemi che potevano benissimo essere evitati.

Ci sono molte ragioni per cui questo evento è sembrato, ai miei occhi, propaganda. Anche perché gli organizzatori erano molto legati ad alcuni politici. E’ stata, più che altro, una distrazione. Persone che magari ce l’avevano con Bush e Blair per la guerra in Iraq non hanno pensato a questi temi mentre lo show andava avanti. Ma credo anche che ci siano dei concerti di beneficenza che sono stati utili, sia alla coscienza popolare che a raccogliere fondi, e che hanno incoraggiato le persone ad essere più impegnate verso i problemi del mondo.

Alcune persone credono che aggiungere il proprio nome ad una lista e mandare una foto sia un’azione significativa per il mondo e che porti dei cambiamenti. Basandomi sulla mia esperienza di americana, non credo che il presidente Bush possa essere influenzato più di tanto dai concerti o dalle manifestazioni di protesta. E non credo che queste persone otterranno mai i risultati che sperano, cioè la cancellazione del debito nei paesi africani.

Nell’88, l’anno del debutto e del successo, Tracy Chapman partecipò anche al concerto di Amnesty a Torino e cantò accanto a Springsteen, Sting, Peter Gabriel, Youssou N’ Dour e Claudio Baglioni. Che ricordo ha di quel giorno?

Non ho un ricordo ben preciso di quel giorno. E’ passato un bel po’ di tempo. Ricordo però la polizia che ci scortava dall’aeroporto allo stadio. Probabilmente è stato il viaggio in auto più veloce che io abbia mai fatto.

E’ stata una grande esperienza partecipare a quell’evento, anche se mi sono sentita anch’io come una semplice spettatrice, perché c’erano tanti fan che erano lì per altri artisti. Anche io me ne sono stata in un angolo del palco a guardare lo spettacolo. E’ stato divertente.

A differenza di molti suoi colleghi, lei va pochissimo in televisione. Perché?

Ci sono persone che stanno nel mondo della musica solo perché vogliono diventare famose, mentre ce ne sono altre che vogliono semplicemente fare musica: ecco, io appartengo a questa seconda categoria. Non vado in tv perché non è quello che voglio fare, quello è solo un modo per essere conosciuti.

Ho lavorato a lungo per diventare una musicista. Anche io in passato sono andata in tv per promuovere le mie canzoni, ma poi non ho avuto altre ragioni per farlo.

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